GIACCHERINI, CHE STORIA: “ALLA JUVE HO REALIZZATO UN SOGNO, SARÒ SEMPRE GRATO A CONTE”
Il classico giocatore che ogni allenatore vorrebbe avere. Cuore e polmoni, la gamba che c’è sempre, mai tirata indietro in 417 presenze da professionista (con 70 gol e 26 assist): “A sei anni correvo rincorrevo un pallone, ho sempre messo amore e passione in questo sport. E crescendo, purtroppo ho anche tolto tempo e spazio alla mia famiglia e agli amici. Per me, il calcio è sempre stato tutto”. Questo è Emanuele Giaccherini, uno che conosce bene il significato di “gavetta”, uno che sa cosa voglia dire realizzare un sogno. Anzi, più di uno. Classe ’85, attualmente commentatore televisivo per Dazn, "Giaccherinho" si racconta così: “Questo è il soprannome scelto da Conte ai tempi della Juventus: fu il suo modo per fare capire agli altri quanto fossi importante per lui”.
Allora, Giaccherini, partiamo da qui: dall’arrivo a Torino.
“Ero reduce da tre stagioni con il Cesena, l’ultima in Serie A, e in quel periodo ero in trattativa per il rinnovo del contratto. Era inizio agosto, il mio agente mi chiamò per comunicarmi l’intenzione della Juventus di acquistarmi: la trattativa avanzava, ma inspiegabilmente non si chiudeva. Avevo addirittura preparato i bagagli, solo che per due settimane rimasero in macchina: ero sempre pronto a partire per Torino. Iniziavo ad avere dei dubbi: poi, il 25, fortunatamente tutto si risolse”.
Le prime sensazioni?
“Un po’ di ansia c’era, nonostante fossi nel pieno della mia carriera: d’altronde, non capita tutti i giorni di trovare fenomeni come Buffon, Del Piero e Pirlo. Arrivavo da una piccola realtà, ma proprio Alex mi tranquillizzò subito: nello spogliatoio mi diedero il posto accanto al suo. E pensare che c’era ancora il nome di Nedved…”.
Quanto fu decisivo Conte in quel momento?
“Gli devo moltissimo. Fu lui a volermi a tutti i costi, chiese il mio acquisto già l’anno prima: il Siena mi offriva un triennale a cifre più importanti rispetto al Cesena, ma in quel momento, dopo la promozione, pensai che rimanere fosse la cosa migliore. Ci ritrovammo a distanza di un anno”.
Il suo profilo rispecchiava esattamente il credo dell’allenatore.
“Alla Juve non mi voleva nessuno: solo lui, così forzò la mano con la dirigenza. E per me fu importante: tempo dopo si tolse qualche sassolino dalla scarpa, definendomi ‘Giaccherinho’, appunto. Pensava che, se mi fossi chiamato così, sarei stato più considerato, ma per lui non cambiava nulla: voleva ragazzi di provincia come lui, con lo stesso percorso. Non chiedeva i top player, ma gente affamata: considerato tutto quello che fece per me, diedi sempre il 100%, sia in partita sia in allenamento, per ripagare la sua fiducia. E credo di esserci riuscito”.
Un episodio che ricorda con affetto?
“Dicono sia poco empatico, ma non è assolutamente vero. Dopo il 4-1 contro il Parma, era la partita d’esordio allo Stadium, mi mandò un messaggio in serata, perché non avevo offerto una grande prestazione: ‘Oggi per te non era facile, so che puoi dare di più e lo farai. Ho fiducia in te’. Se ricevi un messaggio del genere ti carichi a mille”.
Lo Scudetto del 2012 resta il più bello di quella lunga serie?
“Penso di sì, perché inaspettato. Duellammo contro un Milan fortissimo, ricco di campioni, ma non mollammo di un centimetro, soprattutto nel girone di ritorno: giocavamo spesso dopo di loro, con l’obbligo dei tre punti. Grazie a Conte, però, riuscimmo in quella cavalcata che resterà per sempre storica”.
La classifica dei più forti con i quali ha giocato?
“Buffon, Pirlo e Del Piero sono leggende, inarrivabili. Ma ho avuto la fortuna di incontrare anche altri giocatori di altissimo livello: penso, per esempio, a De Rossi e Thiago Motta in Nazionale. Vidal, poi, era clamoroso. E non dimentico Marchisio. E vogliamo parlare del primo Pogba? Leve lunghe, eleganza, potenza e tecnica, tiro micidiale… La prima volta che scese in campo pensammo: ‘Ma chi è?’. Era una forza della natura”.
C’è qualche rimpianto nella sua carriera?
“Forse avrei meritato la convocazione per il Mondiale 2014 in Brasile: ero reduce dal secondo posto all’Europeo di due anni prima, dal terzo in Confederations Cup, facevo parte del nucleo da tempo. Detto ciò, non ci furono mai problemi con Prandelli, è sempre stato un signore: gli allenatori fanno delle scelte che vanno rispettate”.
Ha giocato in Premier League con la maglia del Sunderland: allo stato attuale, c’è una sola ragione per cui non si dovrebbe accettare una proposta da quel calcio?
“Nessuna, a parte il clima e la vita fuori dal campo. Anche io incontrai delle difficoltà, ma la passione di quel mondo, l’ambiente, la competitività generata dalla ricchezza del movimento sono aspetti troppo importanti: se un ragazzo, anche italiano, ha la possibilità deve accettare”.
Dopo il Bologna, il Napoli: pentito di quella scelta?
“Sarri aveva i suoi 13-14 titolari e difficilmente cambiava, ma riflettendo ancora oggi dico: come si può rifiutare una chiamata da una squadra così forte, con un grande allenatore in panchina? Semplicemente, è andata così”.
La chiusura al Chievo Verona.
“Allora mi voleva anche la Sampdoria, ma presi la decisione migliore: con Campedelli ci fu immediatamente feeling, porto nel cuore un triennio bellissimo. A 36 anni non avrei potuto chiudere meglio di così”.
Patentino Uefa A conseguito a Coverciano, potrebbe allenare in Serie C e fare il “vice” in B e A: perché, finora, non ha considerato la panchina?
“Nella vita ci sono delle priorità e dopo aver tolto troppo tempo alla mia famiglia da calciatore, oggi sto bene così: con Dazn mi diverto e ho trovato il mio equilibrio. Poi chissà, sono ancora giovane: c’è tempo per tutto”.
Ultima sull’attualità: chi vince il campionato?
“Finora è stato entusiasmante ed equilibrato, anche se con gli ultimi risultati sembra che l’Inter stia provando a dare un colpo alla concorrenza: per me resta la migliore, è la favorita”.










