SEMPLICI, LE VITTORIE NASCONO DALLA TESTA: “LA PSICOLOGIA È TUTTO, L’HO CAPITO ANNI FA”
Ad aprile l’addio alla Samp: “Sono pronto per ripartire, magari dall’estero. Lo Scudetto? L’Inter è la più forte”. Sulla testa: “Da tempo mi affido a un professionista, i calciatori di oggi hanno delle fragilità da maneggiare con cura”
Sette mesi possono bastare: tanto è trascorso dallo scorso 7 aprile, quando anche lui fu risucchiato nel vortice di confusione che ha colpito (e sta colpendo) la Sampdoria. Quel giorno, infatti, arrivò l’esonero: “Conservo, comunque, dei ricordi positivi”, dice Leonardo Semplici. Tecnico esperto, classe ’67 ex anche di Spal, Cagliari e Spezia (132 panchine in Serie A, 58 in B), con ancora tanta voglia di allenare. Per questo, come si diceva, questo periodo di “attesa” può terminare. Anzi, deve terminare: “In panchina soffriamo parecchio, ma è peggio aspettare una chiamata stando a casa”.
Semplici, in questo periodo su cosa si è concentrato?
“Ho girato per aggiornarmi guardando tante partite, anche tra i dilettanti: penso ci sia sempre da imparare, da chiunque. Inoltre, ne ho approfittato per leggere, non solo di calcio: mi sono appassionato alla psicologia, un ambito che ho cercato, già da tempo, di portare nel mio lavoro”.
La testa, nello sport come nella vita, fa tutta la differenza del mondo.
“Assolutamente. Mi segue un professionista, soprattutto in questo momento particolare, in cui sono fermo. Ho iniziato insieme al mio staff ai tempi della Spal, con incontri ogni 10-15 giorni: il mondo e il calcio di oggi sono cambiati, idem i ragazzi con i quali lavoriamo. Hanno esigenze e problematiche differenti rispetto alla mia generazione, dobbiamo maneggiare con cura le loro fragilità: la psicologia mi ha reso un allenatore migliore, con un bagaglio più ampio. Nel tempo ho insistito affinché pure i calciatori ne usufruissero”.
Allenatore giovane o esperto: chi è più bravo?
“Più che l’età, contano la voglia e la volontà di aggiornarsi. E l’esperienza, beh, non può non pesare: ho iniziato 20 anni fa facendo poi ogni categoria, con successi e sconfitte. Nel calcio ho vissuto di tutto e dopo tanto tempo penso che un allenatore possa diventare decisivo specialmente nella gestione del gruppo. Oggi, secondo me, esistono anche delle mode che si cerca di seguire: il mister giovanissimo, il gioco dal basso, quello uomo su uomo, la zona pura, la zona mista… Ripeto: c’è una continua evoluzione, noi dobbiamo stare al passo. Conta questo, non la carta d’identità”.
Ultima esperienza a Genova, con la Sampdoria: tutto troppo difficile?
“Ma per certi versi bellissima, seppur in Serie B: una piazza speciale con una tifoseria da Champions League. Non mi sono pentito, volevo misurarmi in quella realtà. I risultati, purtroppo, non sono stati in linea con le aspettative, ma quando si cambia così tanto in poco tempo probabilmente le problematiche sono da ricercare anche altrove”.
Problematiche, considerando questa stagione, ancora attuali.
“Ma mi auguro che tutto possa risolversi al meglio, soprattutto per i tifosi e la città: meritano altro. Salvarsi e ripartire nel 2026-27 con serenità sarebbe già un ottimo risultato”.
Alla Spal, invece, è stato il momento migliore della sua carriera.
“Senza dubbio, sono stati cinque anni da sogno: penso sia stato il club che mi ha permesso di diventare un allenatore ‘vero’, affermato. Con la Spal mi sono fatto conoscere veramente”.
Verona-Spezia, lo spareggio-salvezza del 2023, è la partita che rigiocherebbe a tutti i costi?
“Certo, anche perché arrivò al termine di un percorso stranissimo: riuscimmo a battere Inter e Milan, subimmo sette autogol in 15 giornate, varie situazioni strane… Nello spareggio sbagliammo un rigore, loro erano in dieci dopo l’espulsione di Faraoni e non riuscimmo ad approfittarne. Insomma, in quel periodo girava male: fu un peccato, prima di quella partita sembrava che la salvezza fosse vicinissima”.
A Cagliari, dopo la salvezza nel 2021, arrivò l’esonero il 14 settembre dopo un punto in tre giornate.
“E fu un peccato, con la giusta lucidità da parte di tutti avremmo dovuto separarci a fine campionato: la società aveva sondato altri tecnici, commettemmo qualche errore sul mercato e non c’era più la necessaria connessione tra il sottoscritto e la dirigenza. Detto ciò, i ricordi di Cagliari e del Cagliari restano bellissimi: trovai dei ragazzi straordinari, forti tecnicamente e umanamente. Sembravamo spacciati, ormai retrocessi, ma ci salvammo alla penultima giornata conquistando 22 punti in 15 turni. Per me è stato un orgoglio aver allenato quella squadra”.
Da ex allenatore della Fiorentina, e da fiorentino, che idea si è fatto di quanto successo?
“Da fuori è sempre difficile esprimere un giudizio, ma l’addio di Pradè penso sia stato l’epilogo di un percorso un po’ confusionario. Peccato, perché con Italiano e Palladino i risultati erano stati ottimi. E la scelta di Pioli era rivolta ad alzare ulteriormente l’asticella. Vedremo con Vanoli: ottimo professionista, gli auguro di uscire velocemente da questa situazione inimmaginabile in estate”.
Chi vince lo Scudetto?
“L’Inter è la più forte, ma il Napoli lotterà fino alla fine. Occhio alla Roma, il Milan può essere la sorpresa”.
Quanto manca, infine, per rivederla in panchina?
“Spero pochissimo, stando a casa si soffre molto di più (ride, ndr). Non vedo l’ora di ripartire, magari dall’estero: da un anno sto studiando l’inglese anche per essere pronto per un nuovo campionato. Mi manca l’adrenalina del campo, la sofferenza della panchina”.











