STURARO, UNA NUOVA VITA IN PANCHINA: “HO SMESSO A 32 ANNI, ORA CHIAMATEMI… MISTER”
Quando si chiude un capitolo lunghissimo, fatto di passione e adrenalina, successi e cadute. Quando hai vestito alcune delle maglie più importanti, hai vinto tanto e lavorato con i migliori allenatori, hai condiviso lo spogliatoio con campioni incredibili capita – purtroppo – che talvolta si debba combattere contro alcuni nemici invisibili: paura, ansia, in alcuni casi addirittura depressione. Nemici che Stefano Sturaro ha dribblato grazie a idee che negli ultimi anni sono sempre state chiare: “Durante l’ultima stagione ragionavo già da allenatore. E quindi, eccomi qui”. Classe ’93, ex centrocampista, da quest’anno tecnico dell’Under-16 del Catania: “Da subito c’è stato grande feeling con la società, a partire dalla presidenza con Pelligra e Grella. Cito anche Faggiano, che è andato via e con il quale lavorai al Genoa. Al suo posto è arrivato Pastore, il rapporto con lui è stato ottimo da subito. E poi Zarbano, insieme per 15 anni: fu lui a farmi firmare il primo contratto da professionista, con lui ho siglato il primo accordo da allenatore. Ringrazio tutti, mi hanno lasciato varie porte aperte per raggiungere il mio obiettivo”. Quello, appunto, della panchina. In archivio 255 presenze da professionista tra Modena, Genoa, Juventus, Verona, Fatih Karagümrük e Catania, nella sala-trofei di casa sistemati in bella vista quattro Scudetti, altrettante Coppe Italia e una Supercoppa (tutto in bianconero), più una Coppa Italia Serie C proprio con il Catania.
Sturaro, ha lasciato il calcio giocato a 32 anni: come è maturata questa decisione?
“Circa un anno fa. La voglia di spaccare il mondo era ancora tanta, ma i problemi fisici continuavano a tormentarmi. Di conseguenza, ho provato a fare una sorta di lavoro mentale prendendo il ‘buono’ da queste situazioni negative: alla fine, la soddisfazione c’era quando un mio compagno giocava e faceva bene, nonostante stessi fuori. Lì ho iniziato a ragionare da allenatore, a quel punto non aveva più senso andare avanti”.
Le prime sensazioni?
“Non ho la presunzione e la certezza di dire che farò questo per sempre, sono solo all’inizio. Per ora va tutto bene, mi piace e mi sento come se fossi all’inizio della carriera da calciatore, quando ero un ragazzino. Voglio andare forte, ma con estrema onestà dico che, se un domani dovessi accorgermi di non dare più il 100%, farei serenamente un passo indietro, magari cambiando ruolo. Oggi sono carico e motivato al massimo, questo è sicuro”.
I suoi ragazzi di 15-16 anni le danno del “lei”?
“Dipende, non ho regole precise: lascio loro libertà, non sono questi i problemi della vita. L’importante è che ci siano rispetto ed educazione verso sottoscritto e compagni. Però mi chiamano ‘Mister’, questo sì”.
Nelle giovanili la tattica non deve essere l’aspetto principale, ma ha comunque un modulo di partenza?
“Stiamo lavorando sul 3-4-3, che può variare: si parte dalla difesa a tre, poi davanti possiamo giocare anche con un solo trequartista o il doppio con la punta centrale. Dipende, il calcio di oggi va così. Mi piacciono i duelli, l’intensità, il ritmo. A livello umano, invece, sono stato molto fortunato: la fascia d’età è delicata, lo sappiamo, ma ho un gruppo di ragazzi importante, con famiglie solide alle spalle. Sembrano quasi diciottenni, questo agevola il mio compito”.
Il suo modello?
“Gasperini, zero dubbi: a lui devo tutto. Mi fece esordire al Genoa, avevo 20 anni: è un allenatore straordinario, unico. E lo sta dimostrando pure alla Roma, anche se servirà ancora del tempo per vedere il suo vero calcio. Ero il suo giocatore ideale: cuore, polmoni, corsa, grinta… Mi ha dato fiducia, gli sarò per sempre riconoscente”.
Ha avuto modo di parlargli ultimamente?
“Vorrei andare a trovarlo a Trigoria, per vedere qualche allenamento: speriamo ci possa essere a breve l’occasione”.
Un aneddoto che non dimentica?
“Si parla spesso di un Gasperini poco empatico, poco ‘umano’: con me, invece, fu l’esatto contrario. Era ormai fatta con la Juventus (passaggio formalizzato nell’inverno 2015, ndr), giocai l’ultima partita con il Genoa contro la Fiorentina e dopo la partita interruppe la conferenza stampa quando mi vide. Ero andato per salutarlo, avevo trolley e zaino pronto per partire verso per Torino. Si commosse e mi abbracciò, fu un bel momento”.
Ha lavorato anche con altri due “mostri sacri”.
“Allegri e Conte, diversi ed entrambi fenomenali. Con il primo tanti anni alla Juventus, era un grande nel coinvolgere tutti, ad alleggerire la pressione: dicono che sia soprattutto un grande gestore, ma non è vero. Vedeva tante cose prime degli altri, molte scelte erano coraggiose. Con Conte, invece, sfiorammo l’impresa all’Europeo del 2016. Pensi che con la Germania mi costrinse a giocare zoppo!”.
Ovvero?
“Letteralmente. A fine primo tempo non stavo bene, mi ero fatto male e pensavo mi avrebbe sostituito: invece, nello spogliatoio, mi chiese come stessi e fece finta di nulla. Antidolorifico e si riparte: fu un gesto di grande fiducia nei miei confronti”.
Quanto è soddisfatto della sua carriera?
“Sono soddisfatto, una bella carriera forse non troppo lunga. Chissà, magari avrei potuto fare anche di più: ho qualche rammarico legato al discorso fisico, perché ho sempre cercato di andare oltre la soglia del dolore. Ecco, se avessi avuto la lucidità di fermarmi quando avrei dovuto magari avrei fatto anche di più, avrei dovuto ascoltare maggiormente i segnali che il mio corpo inviava, specialmente nel periodo della Juventus: questione di cuore, generosità. Però le dico: sono sempre stato così, se vogliamo è sempre stata la mia forza”.
La sua Juventus era stellare.
“Assolutamente, ma mi sono sempre sentito coinvolto. Abbiamo vinto tutto in Italia, non in Europa, ma credo che con quel gruppo abbiamo fatto il massimo: in finale di Champions League abbiamo affrontato, in quei momenti, le squadre più forti del mondo, Barcellona e Real Madrid”.
Il Genoa, invece, è stata la parte più importante in assoluto.
“Senza dubbio, anche se non nego che l’epilogo non mi è piaciuto. Non parlo del Genoa a 360°, ma solo di alcuni individui: la scelta di quella dirigenza di non rinnovare il mio contratto la considero come un torto, inoltre dopo mesi di trattative. Sapevano quanto potessi essere importante all’interno del gruppo, e non parlo solo dell’aspetto tecnico. Avrei pure firmato in bianco. Dopo la retrocessione, l’immediata promozione la considero il momento più bello che abbia vissuto nel calcio. E credo che anche oggi il Genoa stia raccogliendo i frutti di quanto seminato in quel periodo. Detto ciò, non porto rancore: l’affetto e l’amore per questi colori resteranno a prescindere. Ero, sono e sarò sempre un tifoso”.
Chi le è stato vicino dopo la rottura?
“Gilardino, sicuramente. Gli altri no. Ripeto: sono dispiaciuto, ho sempre messo il Genoa davanti a tutto e tutti. E fino a giugno ho aspettato, è stato un peccato”.
L’attualità, invece, presenta un campionato equilibrato: come finirà?
“Il livello, secondo me, sta aumentando anno dopo anno: si cerca sempre di crescere, la mentalità è questa. Altri Paesi hanno possibilità economiche clamorosamente superiori alle nostre, ma come idee non siamo secondi a nessuno. In campionato, invece, questa bagarre è molto bella. L’equilibrio è positivo: da tifoso del calcio sarebbe bello vedere la Roma tornare a vincere dopo tanto tempo, anche se Napoli e specialmente Inter hanno qualcosa in più. E occhio al Milan: non sarà al loro livello, ma alla fine Allegri arriva sempre”.
Mondiale 2026, l’Italia ci sarà? Sì, no oppure… speriamo di sì?
“Sì”, detto senza esitazione. Con il cuore, come quando correva in mezzo al campo.











